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APOCALYPTO, I MAYA E GUADALUPE
di Andrea Galli

E' una delle scene del film di Mel Gibson con cui inizia il lungo, agghiacciante cammino verso la piramide del sacrificio. Quando gli indigeni catturati dagli emissari della capitale, legati come bestiame da portare al macello, devono guadare un fiume. E una madre, trascinata via con le altre prede, si gira per l'ultima volta verso i sopravvissuti alla razzia, i bambini che si affacciano dall'orlo della foresta, implorando la dea Ixchel di proteggerli e di vegliare su di loro.
Altra scena. La moglie di "Zampa di Giaguaro", il protagonista, incinta e nascosta in fondo a un pozzo da cui non può più risalire da sola, getta uno sguardo che sa di implorazione a una luna piena. Luna che nella mitologia maya era associata ad Ixchel, la Madre numinosa, dea dell'amore e della fertilità, dea della conoscenza intuitiva e dell'arte della guarigione, protettrice degli abitanti del mondo di quaggiù.
Sguardi, implorazioni di soccorso - già rivolti ad un cielo muto da generazioni e generazioni di maya nel passato - che avrebbero trovato una risposta nel 1531. Quando una donna misteriosa apparve sul colle Tepeyac, nei pressi della futura Città del Messico, nel luogo in cui sorgeva un antico tempio dedicato alla dea Tonantzin, "sorella" settentrionale della Ixchel dei maya. Una donna che parlò in lingua nahuatl ad un campesino indio, battezzato col nome di Juan Diego: "Io sono la perfetta sempre Vergine Santa Maria, madre del verissimo Dio, colui per il quale si vive, colui che sta dando l'essere alle persone, il Signore che sta vicino a tutto e nel quale tutto è ricapitolato, il padrone del cielo e della terra... io ho l'onore di essere la vostra Madre compassionevole, tua e di tutte le genti che in questa terra siete una cosa sola... Perché sarò sempre disposta ad ascoltare il loro pianto, la loro tristezza, per curare tutte le loro diverse miserie, le loro pene, i loro dolori".
Il finale di quella apparizione, com'è noto, fu l'immagine che apparve sulla tilma, il saio di Juan Diego, quando costui riuscì a farsi ricevere dal vescovo per portargli una prova dell'apparizione di Maria: l'immagine di una donna dai tratti meticci, profezia della piena fusione di due popoli non più nemici.
Una donna cinta da un nastro nero, il segno portato dalle indigene gravide, con un "quincunce", il fiore a quattro petali simbolo di Quetzalcoatl, il dio atteso, disegnato all'altezza del ventre. Una donna con un manto azzurro e verde, colori divini per gli aztechi. Una donna rivestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi: come quella dell'Apocalisse.
Quell'immagine acheropita, cioè non dipinta da mani umane, il popolo indigeno la riconobbe subito: l'aveva pre-vista da secoli. Capì subito anche il messaggio di quella che sarebbe stata chiamata la Vergine di Guadalupe: un'autentica "teologia della liberazione".
Fu quell'apparizione che diede il vero via all'evangelizzazione dell'America Latina, fino ad allora piuttosto incerta. E trasformò lo sforzo di francescani e domenicani in un caso di inculturazione miracolosa (il "nuovo inizio" di cui parla Zampa di Giaguaro alla fine del film). Raccontano gli stessi missionari che i canti indios ad Ixchen e a Tonantzin, vietati dagli spagnoli, ripresero dopo il 1531 rivolti alla Vergine Maria. Gibson tutto questo non l'ha detto esplicitamente. Ma l'ha lasciato intendere. Anche fissando l'uscita del film nelle sale americane l'8 dicembre, festa dell'Immacolata.

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(da "Il Timone" n° 114
giugno 2012 - pag. 67)

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