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UNO SCHIAFFO AL RELATIVISMO
Le culture non sono tutte uguali e vanno giudicate secondo la legge morale naturale scritta nel cuore di ogni uomo, altrimenti rischiamo di fare la fine dei Maya

L'uscita anche in Italia del film Apocalypto di Mel Gibson ha scatenato anche da noi orde di antropologi relativisti, di cui Gibson non è il vero obiettivo. Una certa corrente antropologica è soprattutto interessata a riaffermare, dopo gli attacchi di Benedetto XVI, il principio del relativismo culturale, secondo cui non esistono valori e giudizi universali, validi per tutte le culture, ma ogni azione, ogni gesto, ogni dottrina può essere giudicata soltanto all'interno della cultura in cui è nata, e solo un razzista considera una cultura come inferiore a un'altra.
Apocalypto non è un documentario, e ci si può divertire a trovare il pelo nell'uovo, ma la rappresentazione della cultura maya come fondata sul sacrificio umano - ritenuto necessario ad assicurare il potere dello Stato e la fertilità delle donne - è coerente con la ricerca storica più recente. Nel 2003 David Stuart, uno storico e antropologo dell'Università di Harvard, ha pubblicato sulla rivista Arqueología Mexicana un articolo su L'ideologia del sacrificio tra i Maya che ha fatto molto rumore. Riassumendo le ricerche di decine di antropologi forensi, Stuart mostra come la collaborazione fra le moderne tecniche di analisi dei siti archeologici e la storia smentisce definitivamente ogni teoria secondo cui i maya sarebbero stati più «pacifici» degli aztechi e il sacrificio umano tra di loro relativamente raro. Soprattutto, Stuart - che è co-autore di quattro fondamentali volumi sui maya - relega fra le anticaglie l'argomento, che sentiamo ripetere fino alla nausea in questi giorni in Italia, che vuole i «codici» spagnoli impegnati a diffamare i maya per giustificare le azioni dei conquistadores. Al contrario, al di là di qualche possibile esagerazione sul numero dei sacrificati - che gli spagnoli non potevano certo quantificare con gli argomenti della ricerca moderna -, le descrizioni di corpi sventrati, cuori estratti, bambini offerti in sacrificio agli dei e massacri di massa, che Gibson riprende, sono sostanzialmente fedeli. Un'altra sciocchezza, spiega Stuart, è che i maya si cibassero della carne umana dei sacrifici per rimediare a un deficit di proteine. No: quella del sacrificio umano per i maya era un'ideologia, ed era al centro di tutta la loro cultura.
Ma proprio qui sta il problema. Secondo il relativismo antropologico, ogni giudizio è chiuso nel cerchio della cultura di chi lo emette. Chi siamo noi per giudicare i maya? Né esistono valori universali in base ai quali si potrebbe sostenere che una cultura fondata sul sacrificio umano è - da questo punto di vista - inferiore, per esempio, a una cultura cristiana fondata sul perdono e la compassione. Ma, una volta accettato il presupposto, non ci si ferma ai maya. Così, diventa comprensibile (forse) escludere la poligamia nella nostra cultura, che da oltre duemila anni non la pratica. Ma sarebbe una forma di «imperialismo culturale» impedire di praticarla ai musulmani, anche quando vengono da noi. E così via.
Benedetto XVI ha invece ricordato nel suo messaggio per la Giornata della pace 2007 che esiste una legge naturale, una «grammatica scritta nel cuore dell'uomo», che vale per tutte le culture e sulla cui base le culture possono essere giudicate, contro ogni relativismo. Apocalypto e Mel Gibson possono anche non piacere, ma la vera posta in gioco della discussione è questa.

Massimo Introvigne

CHI ESALTA LA CIVILTA' MAYA IN REALTA' RINNEGA L'OCCIDENTE

Chi considera il sacrificio umano una profonda esperienza spirituale (quindi pienamente legittima) sta ponenedo le basi per tornare al paganesimo con i suoi orrori e le sue crudeltà

La polemica avviata da Stefano Zecchi sul film Apocalypto è troppo importante per lasciarla cadere. Sono assolutamente d'accordo con Zecchi quando sostiene che chi lascia circolare la pornografia più cruda in televisione, al cinema e dai giornalai, a portata di ogni ragazzino, non ha poi titolo a lamentarsi della violenza al cinema. Anzi, la violenza può avere un valore pedagogico per mostrare che le guerre e le civiltà antiche erano fatte di crudeltà e di sangue - molto sangue - e non si riducono alle statue belle, lisce e pulite che ammiriamo nei musei.
C'è tuttavia un giudizio di Zecchi che mi lascia perplesso, ed è quando definisce il film di Mel Gibson «essenzialmente idiota» perché presenta i maya come «un'accozzaglia di maniaci assassini e violentatori», invitando a leggersi piuttosto i libri di William Prescott. Ora, i due classici di Prescott - La conquista del Messico e La conquista del Perù - sono stati scritti nel 1843 e nel 1847. Prescott era un avvocato di scarso successo che diventò un autore di successo di divulgazione storica. Ma ha compilato le sue opere a partire da una letteratura inglese nata con evidenti finalità di propaganda antispagnola. Puritano di Salem - la città del Massachusetts famosa per la caccia alle streghe - era anche un fanatico anticattolico. La sua tesi era che la Spagna e la Chiesa avessero distrutto civiltà ammirevoli per pura sete di conquista e di potere.
Oggi tutti riconoscono ai libri di Prescott l'eleganza letteraria, ma nessuno pensa più che si tratti di opere storiche. Del resto centosessanta anni fa, quando scriveva, lo studio scientifico dei maya e degli aztechi era appena agli inizi. Si pensava che le descrizioni che gli spagnoli avevano fatto di queste civiltà - in particolare l'insistenza sul sacrificio umano - fossero opere di propaganda. Oggi la ricerca archeologica e l'antropologia che si sporca le mani sul terreno - da non confondere con quella teorica, che è semplicemente un'arma impropria del relativismo e dell'anticolonialismo - hanno dimostrato che i resoconti spagnoli erano sostanzialmente fedeli.
Molti antropologi sono insorti contro Apocalypto non perché negano che il sacrificio umano fosse al centro della civiltà maya - sanno benissimo che era così - ma perché pensano, in nome del relativismo, che non abbiamo nessun diritto di giudicare altre culture. Così l'antropologa Traci Ardren chiama il film «razzista» e sostiene che «dal punto di vista dei maya, il sacrificio umano era una profonda esperienza spirituale». Ma forse non da quello delle vittime. Il problema è importante, perché i sacrifici umani ci sono ancora. Per chiunque legga L'ultima notte, il testo consegnato ai terroristi dell'11 settembre dal loro capo Mohammed Atta, è evidente che l'attentato per Al Qaida era «una profonda esperienza spirituale»: mentre per noi è un vero sacrificio umano, di vittime innocenti a un'ideologia criminale. Ricordate? Il problema lo pose allora Silvio Berlusconi, che si fece aggredire da mezza Europa dichiarando che la nostra civiltà occidentale era superiore al tipo di islam che si era manifestato in quei terroristi. Oggi Gibson sostiene, forse brutalmente, che una cultura che rifiuta il sacrificio umano è superiore a una che ne fa il centro della sua stessa esistenza. Vietando relativisticamente questo tipo di giudizi, e insistendo che tutte le culture sono di ugual valore [...] si scardinano le radici stesse dell'Occidente.
Massimo Introvigne

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(da "Il Timone" n° 114
giugno 2012 - pag. 67)

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